Federica Agliata: anestesista montefanese a Torino

Per questo numero il Caffè si sposta in Piemonte. Nella nostra piccola inchiesta sulla molteplice schiera umana e professionale a contatto del Covid-19, a Torino siamo andati per trovare – si fa per dire, naturalmente – una giovanissima anestesista montefanese: la simpatica e cordiale Federica Agliata. Per la sua specializzazione si è trasferita da diversi anni a Torino, in una delle regioni italiane maggiormente colpite dall’epidemia. Nel suo carattere, oltre alla dolcezza dei modi, coesiste una determinazione concreta, che non le fa mancare la cordialità dei modi. Questo le rende semplice anche compiti ardui come quello che sta vivendo professionalmente. Studentessa con ottimi profitti durante il percorso di studi, nella disciplina del Volley, praticato per anni, ha avuto modo verificare le sue doti per lavorare in equipe. Negli sport di squadra si riesce a dare il proprio apporto, se si hanno le capacità di relazionarsi. Federica scegliendo la specializzazione che sta conseguendo, ha sicuramente dato prova di determinazione ed idee chiare. I lettori si accorgeranno, leggendo la conversazione che segue, di una giovane anestesista che, del lavoro duro e carico della drammaticità vista attraverso i vari media, ne conserva l’emozione necessaria, senza farne una pratica quotidiana sopra le righe. Sembra che ci voglia dire: “Questa è la mia professione, non c’è nulla di straordinario, se non qualche peso nei riguardi della quotidianità, di cui posso farmene carico con consapevolezza”. Del resto, la vocazione medica non viene mai per caso, nel momento di scegliere la professione, dando un fine ai corsi di studi. 

Non c’è bisogno di aggiungere molto nella presentazione dell’intervista, perché Federica è stata brava e dalla conversazione ne esce una figura, seppur giovane, già matura ed in pieno possesso degli strumenti critici e proessioanali della difficile specializzazione medica scelta. 

Caffè: Federica, fai parte di quella schiera di medici anestesisti montefanesi, impegnati nella risposta sanitaria al Covid-19; operando però a Torino. Perché ti trovi nella città piemontese?

<<Dopo essermi laureata ad Ancona nel 2014 ed essermi abilitata alla professione pochi mesi dopo, ho vinto un posto nella Scuola di Specializzazione in Anestesia e Rianimazione dell’Università degli Studi di Torino e sono qua dal 2015. Sto completando il percorso di specialità che dura 5 anni. Dovrei diplomarmi a novembre di quest’anno>>

Caffè: Puoi dirci in che tipo di struttura operi?

<<Questo tipo di specializzazione è caratterizzato da una grande varietà di ambiti in cui formarsi (basti pensare che in alcuni paesi la figura dell’anestesista è ben distinta da quella del rianimatore, ad esempio, e che ogni chirurgia è accompagnata da un tipo di anestesia peculiare per quella specifica disciplina); per cui in questi cinque anni ho frequentato diversi ospedali, diversi blocchi operatori e svariate rianimazioni.
Attualmente sono nel Centro Traumatologico Ortopedico che è l’ospedale di riferimento per Piemonte e Val d’Aosta per il politrauma e per i casi più complicati nell’ambito della Neurochirurgia e dell’Ortopedia>>

Caffè: Rispetto a due mesi fa, circa, come è cambiato il modo di specializzarsi nei reparti di rianimazione?

<<Ci siamo trovati, come tanti altri colleghi, in piena emergenza. Per quanto riguarda il Piemonte, siamo stati chiamati direttamente dall’Unità di Crisi per andare a dare una mano nei posti con più necessità. La maggior parte di noi è andata. Ci siamo trovati di fronte a pazienti molto particolari, spiazzanti, per certi versi.

Il lavoro è quello a cui eravamo più o meno abituati, ma è tutto più difficile, con dei ritmi serrati e con molta più fatica (anche solo per tutti i dispositivi di protezione necessari)>>

Caffè: Avevate mai simulato situazioni come quelle che vi siete trovati ad affrontare?

<<Non in questi termini, almeno non io. Alcuni miei colleghi hanno fatto corsi di formazione sulla cosiddetta “medicina delle catastrofi” (a me sarebbe toccato quest’anno), ma nessuno era mai stato preparato precedentemente ad una pandemia di questa portata.

<<Chiaramente, contestualmente al nostro impiego nelle cosiddette Rianimazioni CoVID, siamo stati addestrati alla vestizione e soprattutto alla svestizione (fase ancora più delicata), a come ridurre al minimo la contaminazione e le procedure più a rischio>>

Caffè: Ho idea, per molti di voi giovani medici, anche se non mi piace l’accostamento con uno scenario di guerra, che sia stato come per i “ragazzi del ‘99, quando furono chiamati al fronte appena diciottenni, ritenuti pronti a combattere nella Grande Guerra. Della vostra preparazione medica non ne dubito, ma sarebbe stato meglio avere tempo per prepararsi ad affrontare situazioni estreme come si dice avvengano nei ricoveri Covid-19?

<<Non sei il primo che ha fatto questo parallelo. Anche a me non piace molto l’accostamento con lo scenario di guerra, perché immagino ci sia un carico emotivo e di mancanza di sicurezza ancora diverso.

<<Per la mia esperienza, soprattutto all’inizio, l’incertezza ed i dubbi sono stati tanti: in fondo non ci sente mai pronti abbastanza. Poi entri in reparto, inizi il turno e si va avanti>>

Caffè: Ritieni ci siano differenze fra la realtà torinese e piemontese, che conosci bene, e quella marchigiana, almeno per quanto ne sai direttamente o indirettamente?

<<In verità per un po’ di tempo le Marche ed il Piemonte si sono contesi il quarto posto di regione con maggior contagi dopo Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Poi qua in Piemonte, per vari motivi, la situazione è esplosa e non è ancora del tutto rimessa, anche se le cose vanno sicuramente meglio.

<<Penso che a favore delle Marche ci sia il fatto che i centri abitati siano più piccoli e distanziati tra loro, per cui la comunicazione con le persone sia più capillare, così come le eventuali reti di sostegno e di controllo>>

Caffè: Avere un fratello medico, impegnato da tempo oramai in una specializzazione  diversa dal tua e non direttamente a contatto con il Corona Virus, come lo sei tu, ti aiuta ad affrontare le difficoltà?

<<Mio fratello Giacomo è radiologo e, come dici tu, non lavora in reparti strettamente CoVID, ma facendo spesso turni in Pronto Soccorso è stato coinvolto anche lui nell’emergenza, visto che, soprattutto all’inizio, la diagnosi era molto supportata della TC del torace.
<<Anche in questo frangente, come in tutti gli altri della mia carriera/vita, sia lui sia mia sorella (che non è medico, ma mi ha molto sostenuto in questo periodo) sono stati dei validi confronti, sia per capire come stessero andando le cose a casa, sia come aiuto psicologico>>

Caffè: Sentendo parlare molto di respiratori artificiali per la ventilazione meccanica dei pazienti in sedici di ossigenazione, della scarsità in dotazione ai vari ospedali e reparti di rianimazione, non ha impressione che si dica poco o nulla, del vostro apporto medico scientifico nell’approccio terapeutico ai malati?

<<Di sicuro la questione della carenza di strutture e di apparecchiature ha avuto, giustamente, molta risonanza. Puoi essere un medico molto competente, ma se non hai gli strumenti, hai le mani legate.

<<Ma porrei l’accento anche sulla carenza dei dispositivi di protezione che hanno dovuto fronteggiare in Pronto Soccorso, i Medici di Continuità Assistenziale (le cosiddette Guardie Mediche) ed i Medici di Famiglia. Ho carissimi amici che lavorano in questi ambiti che spesso si sono trovati in difficoltà. Non si dovrebbe scegliere tra rischiare o curare.

<<In merito alla nostra figura di rianimatori, in tanti non sapevano nemmeno bene di cosa si occupasse un anestesista, diciamo che adesso è un po’ più chiaro>>

Caffè: Siete un equipe giovane dove operi?

<<Siamo in tanti e di tutte le età sia tra i medici che tra gli infermieri. Di sicuro la componente giovane è ben rappresentata e poi ci sono gli anestesisti più esperti che sono anche dei punti di riferimento, in termini di esperienza, soprattutto>>

Caffè: Ora che la curva dei contagi è rallentata, come è cambiato il lavoro in ospedale? Si è tornati al regime ordinario?

<<Al momento, in teoria, stiamo ottenendo il massimo dei risultati derivati dal lockdown, ossia il fatto che i conagi stiano diminuendo di giorno in giorno. Grazie a questo, la pressione sul Sistema Sanitario si è ridotta, dopo due mesi e passa di inferno. I pazienti ricoverati continuano ad esserci, anche se in misura minore; parallelamente si sta verificando una lenta ripresa della chirurgia di elezione, associata a tutti quei pazienti che hanno bisogno di cure e non sono CoVID+. Personalmente, sono tornata ad una pseudonormalità, ma dico pseudo perché il livello di allerta è ancora molto alto, specie con la fase 2 in vista>>

Caffè: Rispetto ai primi mesi dopo la laurea in medicina, quando venivi in farmacia a rifornire la tua borsa medica per affrontare le guardie mediche notturne e festive, con la solerzia del tuo carattere e le giuste attenzioni di giovanissima medico, chiedendo “Ti serve la ricetta medica?”, mentre ti rispondevo: ” Non sei un medico tu, mi basta questo, per poterti servire il farmaco”, e tu sorridevi come fanno i giovani sinceri e volenterosi; ecco, scusa la digressione, ma che cosa è cambiato da allora, passati diversi, a che se pochi, anni da quei primi approcci all’arte medica?

<<Mi fa molto sorridere che tu rammenti questo episodio, visto che quel periodo io lo ricordo benissimo! Ovviamente è cambiato tantissimo in termini di esperienza, consapevolezza e di tipo di lavoro, soprattutto. D’altra parte, è cambiato molto poco, direi: la sensazione è che ci sia sempre e comunque ancora tanto da imparare>>.

L’intervista si chiude con un’espressione sorridente che si intuisce nonostante la conversazione telefonica. La stessa, mi viene in mente, che Federica possa avere in reparto e con i colleghi, quando la sua solarità mediterranea apporta valore al lavoro quotidiano che non dimentica l’emozione. PmS

federica agliata

 

Carlo Senigagliesi: “subito in gara”

Oggi il Caffè, per le sue interviste di montefanesi impegnati contro il Corona Virus, incontra Carlo Senigagliesi. 

Giovane medico, 26 anni il prossimo Luglio (classe 1994). Laureato lo scorso 22 Ottobre 2019 (110 e lode), iscritto all’Ordine dei Medici di MC lo scorso marzo (dopo alcune peripezie per l’abilitazione, ovviamente a causa della situazione causata dal Coronavirus). Quindi fa parte a pieno titolo di quella schiera di giovani chiamati a dare un contributo importante alla prova che l’Italia ed il mondo stanno affrontando contro la pandemia. Ai giovani come lui, ieri, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha dedicato parte del discorso per la ricorrenza del 75° del 25 Aprile, ricordando l’impegno di allora alla costruzione della nuova Italia, dei ventenni.

Percorso di studi molto regolare, sempre con ottimo profitto. Carattere silenzioso, ma cordiale. Aspetto d’atleta nel fisico e nell’espressione determinata al risultato da ottenere nell’agonismo come nella vita, ha praticato nuoto agonistico fino a quale anno fa, ricevendo da quello sport le spalle larghe e la vita stretta e la muscolatura lunga e affusolata, tonica e agile. Immerso nell’acqua che odora di cloro per tanti anni, forse, lo dico con una certa ironia, ha maturata la sua professione medica e trovato il ritmo giusto come prima ed utile difesa dal Virus: la disinfezione. Allo sport ha sempre affiancato l’impegno di volontario nella Croce Rossa di Osimo. 

Caffè: Carlo pensavi di trovarti subito nel mezzo dell’epidemia?

<<Come tutti i neolaureati l’unica professione che possiamo svolgere è sostanzialmente la Continuità Assistenziale (ex guardia medica, lavoro nelle notti e nei prefestivi/festivi) e quindi da inizio anno mi stavo preparando all’idea di cominciare con quello, per poi cercare di entrare nel mondo delle specializzazioni e studiare per passare il test nazionale.

<<Nel frattempo è scoppiata questa pandemia e sono state create le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale), sostanzialmente postazioni mediche o medico-infermieristiche, attive 8-20 tutti i giorni, che vanno a fare delle visite domiciliari di pazienti positivi al tampone o sospetti tali, attivate dal MMG (Medici di Medicina Generale, ndr) o dai PLS (Pediatri di Libera Scelta, ndr). Per quanto riguarda il rapporto con i pediatri, ad oggi, però, non abbiamo mai avuto casi di minori di 14 anni (età pediatrica, né tantomeno minorenni, ndr).

<<In pratica nei 2-3 giorni seguenti la mia iscrizione all’Ordine, sono arrivate richieste prima per la CA in alcune sedi vacanti dell’alto maceratese e poi anche per questa nuova USCA. Ho fatto giusto qualche ora di riflessione e alla fine ho optato per l’USCA, più che altro perché in quel momento mi sembrava più sicuro per me, perché i DPI necessari ci sarebbero per forza stati, mentre per la guardia normale (come per i MMG d’altronde) i DPI erano contati e scarseggianti. E se nell’USCA sei sicuro di incontrare pazienti positivi o sospetti tali, nella CA non puoi essere sicuro di non incontrarli o di non incontrarli in un numero almeno pari ai DPI che hai. Mi è sempre stato insegnato dalle altre esperienze che ho fatto, che la prima cosa in situazioni d’emergenza, è la sicurezza dell’operatore che interviene. Quindi ho optato, non senza dubbi, ovviamente, per le USCA>>

CaffèPuoi spiegarci in cosa consiste il tuo lavoro in questo momento?

<<Come detto la nostra USCA con sede a Potenza Picena, opera per tutto il distretto di Civitanova. Siamo 6 medici (tutti giovani sui 30anni) e infermieri che ruotano nei turni. Con noi (telefonicamente) ci sono 4 MMG ‘senior’ che fanno da filtro alle richieste dei medici di famiglia del territorio. Il MMG che ha tra i suoi pazienti un caso positivo o un caso sospetto sintomatico, attiva l’USCA per mail; i nostri ‘senior’ filtrano e ci creano l’elenco di visite domiciliari da fare nel turno. Noi andiamo a casa del pz e facciamo la classica visita medica (con particolare attenzione all’auscultazione polmonare), la rilevazione dei parametri vitali (frequenza cardiaca e respiratoria, temperatura, l’importante saturazione di ossigeno, la pressione arteriosa). Negli ultimi giorni abbiamo anche ricevuto un ECG portatile (poi collegato con la Cardiologia di Civitanova) che ci permette di rilevare un altro aspetto importante per valutare poi se poter somministrare o meno uno dei farmaci che ultimamente sembrano essere utili alla terapia, ma che ha anche effetti collaterali…>>

Caffè: Grazie Carlo per aver detto questo, perché si sono cerate alcune false aspettative con seguente accaparramento di un certo farmaco, cercato non solo in farmacia ma in ogni canale anche non legale. Ma continua pure ora, scusa…

<<… una volta fatto tutto questo, si valuta se mantenere il pz a domicilio, oppure attivare il 118 in quelle occasioni che ci sembrano meritare un approfondimento diagnostico in ospedale. Protocollo che viene comunque affrontato con l’aiuto del MMG del pz (a cui riportiamo tutto e che in ogni caso mantiene la gestione del pz) ed eventualmente ci consigliamo anche con il nostro ‘senior’>>

CaffèVista la tua frequentazione con i pazienti colpiti dal virus, che aspetto ha Covid-19?

<<La malattia Covid19 che noi vediamo è quella cosiddetta paucisintomatica (ovvero con pochi sintomi) o con sintomi lievi-moderati. Ovviamente ci possono essere casi, come detto, che soprattutto per quanto riguarda la saturazione di ossigeno e la difficoltà respiratoria (dispnea) possono richiedere una valutazione ospedaliera. In ogni caso i sintomi più comuni che riscontriamo sono la febbre che dura da parecchi giorni e che oscilla tra valori di 37,50 – 38,50°C, la tosse per lo più secca stizzosa, la difficoltà respiratoria, senso di affaticamento e inappetenza. Uno dei parametri più importanti è quello della saturazione di ossigeno che se troppo bassa o in calo mentre si cammina ci desta sospetto: si è visto che spesso pazienti che non presentano difficoltà respiratoria hanno però una saturazione bassa e un quadro polmonare anche compromesso. Altri sintomi più rari ma che sembrano caratteristici sono l’alterazione del gusto e dell’olfatto (disgeusia e anosmia). Un ultimo aspetto riguarda le età: non tutti i pazienti sono anziani ultrasettantenni, ma ci sono anche giovani, cinquantenni o anche più giovani (per lo più attinenti all’ambito sanitario)>>

Ma se dovessi dargli un aspetto fisico, come se ne avessi scattata una fotografia istantanea della sua faccia, sapresti descriverla?

<<Per l’aspetto del Covid-19 non saprei dire in verità.. non sono molto fantasioso…

Caffè: Insisto su questo argomento: un’espressione indecifrabile, inquieta, un volto enigmatico? Di donna o uomo?

<<Sono un medico che sta affrontando una figura di malattia nuova, della quale vedo per il momento solo alcuni spetti esteriori, troppo poco per raccontarne il profilo come piace a te>>

Caffè: Come trovi i pazienti a casa (sempre nel rispetto dell’etica e della privacy)?

<<Molti pazienti a casa sono per fortuna lucidi e coscienti, con quei sintomi che descrivevo che li debilitano ma che in generale non presentano pessime condizioni di salute. Ovviamente sono i più anziani quelli che mostrano sintomi d’affaticamento, inappetenti, poco mobili e questo rappresenta un rischio maggiore per loro (anche in considerazione del fatto che hanno spesso molte patologie più o meno gravi, dall’ipertensione, al diabete, allo scompenso cardiaco, all’insufficienza renale e così via).

<<Un aspetto però, magari meno medico, ma altrettanto importante è quello mentale, legato al lungo periodo di isolamento che si trovano ad affrontare, per di più anche malati e con sintomi più o meno forti. La sensazione di stanchezza e sofferenza per la situazione difficile, è ben più alta di quella che può provare un soggetto “sano” anche lui chiuso in casa da più di un mese. Tuttavia lo spettro della malattia è quello che li angoscia di più, e ricevere la visita di qualcuno può essere un sollievo psicologico. In effetti, spesso, ci ringraziano anche se noi, in verità, abbiamo fatto poco. La cura di una persona, in senso etimologico, d’altronde è proprio questo>>

CaffèDicono che sia molto faticoso operare con gli strumenti di tutela personale che siete costretti ad indossare

<<Lavorare con i DPI (dispositivi di protezione Individuale, ndr) è difficoltoso più che altro per i movimenti che sono limitati e per la gestione dello strumentario, soprattutto il fonendoscopio. L’aspetto più difficile da affrontare è quello di lavorare sentendosi protetti e sicuri, cosa che permette di concentrarsi ‘solo’ sugli aspetti medici. Rispetto ai colleghi ospedalieri che tengono tutto su per turni da 12 ore o più e che quindi possono far fatica a respirare bene dentro le mascherine facciali così a lungo, noi ci vestiamo e svestiamo ogni volta e quindi questo aspetto particolare è meno evidente. I problemi principali che ho affrontato sono quelli degli occhiali (ahimè) appannati e quello dello svestirsi. Una volta usciti dalla casa del pz si è ‘contaminati’ e la svestizione quindi deve essere fatta con molta cura, evitando di entrare in contatto con l’esterno dei nostri DPI (e ovviamente praticare bene l’igiene delle mani)>>

CaffèOgni volta che suoni il campanello di un’abitazione che cosa pensi?

<<Nell’andare a visitare abbiamo la fortuna di avere già prima alcuni dati essenziali, come la situazione attuale del pz e le sue difficoltà, le sue comorbidità (la coesistenza di più patologie diverse in uno stesso individuo, ndr) e la terapia che fa. Quindi mi studio un po’ il caso per cercare di configurarmi la tipologia di pz che visiterò. Però poi dopo la vestizione, quando senti il tuo respiro dentro la maschera, tutto un po’ svanisce, ci si riconcentra e si entra a casa. Dopo un primo attimo di smarrimento, in cui si vedono gli occhi del pz e dei familiari che indagano partendo dagli occhi (l’unica nostra parte visibile), si riparte con quella scaletta mentale che ogni medico ha della sua visita e poi si prosegue in automatico>>

CaffèL’approccio medico è difficile per le tante precauzione da prendere?

<<Come dicevo si cerca sempre di toccare quello che c’è nella casa il meno possibile, di evitare un contatto diretto con il respiro del pz, di fare attenzione a non toccarsi in faccia. Ovviamente tutte le manovre mediche sono meno agevoli, ma dopo qualche turno si comincia a capire come gestire meglio il tutto.

<<Un aspetto spesso presente è il disagio delle altre persone in casa: magari loro sono sempre state asintomatiche e non hanno mai fatto il tampone, soprattutto per chi deve assistere gli anziani, che magari erano autosufficienti prima, ma ora la situazione è complicata. Il confinamento di più persone dentro case spesso non tanto grandi e senza possibilità di delimitare spazi dedicati ai pazienti positivi, e quindi il disagio sociale derivante, questo è spesso l’aspetto prevalente, anche su quello medico. Purtroppo la situazione dei familiari di isolati positivi è di difficile gestione, e questo, a mio parere, è stato uno dei motivi per cui il virus ha continuato a circolare, perché dentro la maggior parte delle case, magari ,un paziente positivo ha, di fatto, relegato gli altri dentro casa con lui, senza ricevere tampone e quindi non sapendo la loro reale condizione. 

<<Un episodio che racconto è di una anziana signora che aveva un figlio positivo ricoverato, lei sintomatica senza tampone e un altro figlio senza sintomi e senza tampone. È pressoché ovvio che anche loro siano stati positivi, ma senza saperlo e vivendo la malattia lontani da un parente ricoverato, questo aspetto forse supera di gran lunga quello medico>>

CaffèEssere così giovane, come lo sei tu, aiuta?

<<Non credo che l’essere giovane sia un vantaggio, ma neanche un handicap. Questa malattia è nuova per tutti, dai ‘senior’ agli altri medici giovani con esperienza, fino a me. Penso però che chi ha più esperienza sulle malattie, anche polmonari, che già esistevano, può riuscire a fare considerazioni migliori rispetto a quelle che posso fare io. Però, turno dopo turno, si cerca di imparare sempre e di migliorarsi. Non c’è nient’altro da fare – ha la voce sicura ed il tono deciso Carlo, mentre parla – se non questo.

<<È ovvio che avrei preferito un ingresso nel mondo post-università più ‘normale’>>

Caffè: Sul piano strettamente personale che cosa ha comportato entrare a far parte dell’unità di continuità assistenziale?

<<L’USCA mi porterà un’esperienza in più, magari anche diversa da quella che avrei potuto avere normalmente con un periodo di guardie mediche ‘normali’. Ma quello che uno fa porta sempre esperienza, anche se poi è un’esperienza negativa, ci aiuta in qualche modo a saper affrontare quello che verrà. Magari un giorno tornerà utile tutto questo, chi lo sa?…

Caffè: sul piano umano, lo sarà di sicuro, Carlo.

<<… poi in ogni caso è un approccio al mondo del lavoro, all’incontrare per la prima volta un paziente faccia a faccia, da solo, senza la supervisione diretta su quello che fai da parte del tutor come nei tirocini universitari. Quando sei da solo devi decidere te cosa fare e cosa non fare, come farlo, cosa dire, come rapportarti al pz per informarlo ma non farlo preoccupare ulteriormente, come affrontare i parenti e anche il rapporto con altri colleghi giovani o meno giovani, più esperti di me. Tutto è esperienza e tutto in qualche modo tornerà utile>>

Caffè: Oltre alla giusta preoccupazione della tua famiglia, ho letto negli occhi di tuo padre, la fierezza di avere un figlio medico impegnato nell’emergenza che il mondo intero sta vivendo. Nel caso della tua famiglia, c’è anche tua sorella medico già da qualche anno.

<<Beh i miei genitori li devo ringraziare sempre perché in tutti gli anni mi hanno sempre sostenuto, anche economicamente durante l’università. Così pure i miei fratelli. 

<<In effetti anche mia sorella Elisa, che ora è specializzanda in Ortopedia all’Ospedale di Torrette, affronta a suo modo l’emergenza: anche la loro attività di chirurghi è stata sconvolta dal Coronavirus e anche in un reparto che magari non è di stretta pertinenza, le precauzioni e le preoccupazioni legate al Virus hanno comunque un effetto. Tutta la sanità, e non solo, è toccata e ognuno, dal suo reparto, sotto il suo camice, è chiamato a fare il proprio piccolo, ma importante lavoro. Poi avere qualcuno in famiglia che in qualche modo può darti un consiglio è sempre utile e quindi quando posso ne approfitto.

<<Ovviamente questo momento provoca in tutti qualche preoccupazione in più, ma cerchiamo di affrontare tutto al meglio delle nostre possibilità>>

Il dottor Carlo Senigagliesi, ci lascia con un messaggio di estrema lucidità professionale e “gaia scienza”, se cosi possiamo dire. La sua giovane età, non gli affatto da limite alla consapevolezza che gli “strumenti d’arte medica” imparati all’Università, gli ha messo a disposizione. Con grande segno di intelligenza e senso pratico, Carlo sta affrontando questo compito con l’umiltà della consapevolezza di fare la professione che ha scelto nel modo migliore, senza alzare il tiro sui meriti che gli verrebbero dallo svolgere la “missione medica” del giuramento d’Ippocrate, a contatto diretto con il Corona Virus. Una serenità professionale, la sua, che infonde fiducia. PmS   

Carlo Senigagliesi

Claudia Mazzieri: I bambini e la Scuola in tempo di pandemia

Fa piacere alla redazione del Caffè illuminista, spostarsi nella mappa degli approcci al Corona Virus. I lettori di questa tappa nei tempi della pandemia, avranno modo di conoscere gli approcci didattici praticati nel settore delle Scuola. In particolare della Scuola per l’Infanzia, grazie ad una chiacchierata, nata per caso, con un’insegnate.

Claudia Mazzieri, maestra della Scuola per l’Infanzia di Montefiore, è mamma e maestra dal 2006 della Scuola e di ruolo dal 2014, che non condivide l’appellativo degli insegnanti come “eroi”, perché ci dice: <<... gli eroi sono altri: personale ospedaliero, impiegati nelle attività a servizio della cittadinanza, Forze dell’Ordine Pubblico>>.94101315_1351027361754903_7427418800468787200_n

Claudia e le sue colleghe, sono professioniste a cui manca, però, la parte più importante del lavoro intellettuale, il contatto con i bambini, da quando un giorno di marzo, le aule sono state chiuse per il Corona Virus.

Che cosa fate, allora, a questo proposito?, mi sento di chiederle.

<<Cerchiamo di fare il meglio per mantenere il filo che ci lega a loro>>

Inizia così una chiacchierata dal sapore dolce amaro di una riflessione di Claudia, che si ha l’impressione equivalga ad una comune sensazione degli operatori scolastici, tanto di Montefiore, quanto di Montefano o altri posti.

Come è nato tutto?

<<In un giorno di inizio Marzo, senza preavviso e all’improvviso, ci siamo trovati, bambini, genitori e insegnanti immersi in una nuova e, provo a definirla…!?originale realtà: rinchiusi dietro le sbarre di uno schermo>>

Sbarre e schermo perché?

<<Si perché questo siamo agli occhi dei bambini, almeno dei più piccoli che sono abituati al contatto e che senza quel contatto, per natura, non potrebbero sopravvivere. Uno schermo separa in modo crudele alcuni di loro dall’affetto e dal contatto dei loro genitori>>

Ti riferisci alla didattica a distanza o a che altro?

<<Ahimè si. Penso anche a chi come Enrico Maceratini, con cui ha confessato giorni fa, che a causa del suo lavoro in ospedale non può stare con i propri bimbi. Uno schermo separa quasi tutti i bimbi dalle cure delle loro maestre che prima li consolavano nel momento del distacco dai loro affetti primari, e che vi si dedicavano per sviluppare in loro identità, autonomia e competenze, attraverso esperienze dirette e concrete con la realtà>>

Mentre in questi mesi cosa è cambiato?

<<Oggi siamo maestre chiuse dentro un televisore, un computer, un tablet o uno smartphone…>>93626787_233078741270996_802195454468030464_n

Ma almeno ci siete! 

<<Si, perché è questo che il Ministero ha chiesto di fare, a noi insegnanti della scuola dell’infanzia, in questa fase di emergenza, attraverso la didattica a distanza come dici tu. Allora quello schermo diventa l’unica possibilità di relazione e gli siamo grati perché ci permette, ora più che mai, di essere in contatto nonostante la distanza forzata che ci separa>>

Come tu e le tue colleghe in questa “veste” digitale?

 <<È una didattica, non degna di chiamarsi tale. Utilizza, si, strumenti interattivi, ma non può avvicinarsi, neanche un pò, a quello che si crea a scuola tra maestra e alunno, alunno e compagni di classe: una relazione magica che ci permette di crescere insieme>>

Spiegami, come avviene? Fai capire meglio ai lettori: questo oggi manca ai bambini che sono a casa?

<<I bambini che sono a casa con le loro famiglie sono fortunati, hanno grandi opportunità: quella di godersi l’affetto di mamma e papà a tempo pieno, di recuperare momenti di gioco e complicità con fratelli e sorelle perché sono loro gli unici quasi-coetanei con i quali relazionarsi…>>

Mi sembra che hai voglia di aggiungere qualcosa? Almeno dal tono ci scommetterei!

<<Infatti! E l’aspetto cognitivo, dive lo mettiamo? A casa il bambino ha grandi possibilità di sviluppare capacità di pensiero e competenze attraverso il fare quotidiano, a patto che venga lasciato fare. Questo vale molto di più della didattica a distanza, almeno per i piccolini. cosa, qualunque richiesta, stimola la mente del bambino e la sua coordinazione: “Vestiti tesoro, sono sicura che piano piano ce la farai!”, “Mi accendi la luce per favore?“, “Apparecchiamo la tavola?“, “Puoi prendere la farina, quella con scritto 00?” “Mi cerchi la penna nel primo cassetto? Quella rossa!”… e infinite altre richieste. Banali? Potrebbero sembrare tali,  ma sono atti concreti di affetto perché stimolano molteplici aree tra cui quella cognitiva di cui parlavamo sopra, quella motoria, quella affettiva nel sentirsi utili, in una parola stimola la loro crescita>>

Ma voi insegnanti come intervenite in questo processo cognitivo?

<<Allora, – fa un sospiro di meditazione la maestra Claudia –  noi insegnanti possiamo essere presenti donando ai bambini le nostre voci e i nostri volti mentre raccontiamo loro una storia, mentre cantiamo una canzoncina, mentre chiediamo loro come stanno o mentre li ringraziamo e ci complimentiamo per le loro piccole e grandi opere d’arte. Tutti quei lavoretti da noi proposti o fatti grazie alla creatività delle mamme, dei papà e a volte delle nonne>>

Ma la problematica della Scuola dell’Infanzia in questi tempi di epidemia, era possibile racchiuderla qui?

<<Macché, se vuoi posso aggiungere la questione della pre-scolarizzazione. Occorre tranquillizzare i genitori dei bambini che affronteranno, non si sa ancora in quale modalità, il prossimo anno scolastico la classe prima della scuola primaria per imparare a leggere, scrivere e far di conto>>

Avverti una preoccupazione fra i genitori?

<<La preoccupazione è quella che i bambini, non frequentando la scuola dell’infanzia non siano pronti ad affrontare il percorso della scuola primaria. Qui si apre un discorso complesso che parte da una riflessione importante fatta osservando l’attuale tendenza ad anticipare le fasi di crescita nel bambino. Li vogliamo far crescere bruciando le tappe. Vediamo bambini a scuola che, a volte in età molto precoce, al posto di disegnare scrivono nel loro foglio letterine e numeri, conoscono l’alfabeto in modo tale da poter scrivere e leggere alcune paroline, ci si preoccupa di iscriverli nella scuola in cui è attivo un progetto di inglese…questi aspetti danno soddisfazione a noi adulti, ci fanno vedere i bimbi come piccoli geni…>>

Non interrompo più Claudia con le mie domande, la lascio proseguire nella sua accorata disamina.

<<C’è purtroppo una contraddizione di fondo, facciamo in modo che crescano a livello cognitivo ma spesso non ci preoccupiamo di incentivare lo sviluppo della loro identità e delle loro autonomie perché ci fa piacere che restino i nostri piccoli cucciolotti…>>

Non li vogliamo far crescere, vuoi dire?

<<Trascuriamo l’ascolto di quelli che sono i loro interessi e le loro attitudini per concentrarci su quello che piace vedere a noi adulti; contemporaneamente gli precludiamo esperienze importanti: non gli permettiamo di vestirsi in autonomia perché la mattina abbiamo fretta di uscire di casa, evitiamo di farli mangiare da soli perché poi sporcano i vestiti e il pavimento…>>

Vuoi dire che da questa forzata pausa dai ritmi frenetici delle nostre vite i giovani genitori avranno modo e tempo di riflettere e, soprattutto, tornare a considerare le vere necessità a disposizione degli strumenti di crescita per i bambini?

<<La priorità è il gioco in tutti i suoi aspetti, compreso il gioco libero e quello successivo a momenti di noia perché promotore di creatività>>

Claudia a conclusione della nostra chiacchierata, come vedi il futuro in tempi brevi con la situazione generale, pensando alla Scuola dei più piccoli?

<<Una buona propedeutica per la scuola primaria, sulla quale si può lavorare quotidianamente in classe ma oggi direi che lo si può fare a casa, è la sperimentazione e il riconoscimento delle proprie emozioni, l’accettazione di poche e semplici regole. Esercitarsi nel rispettare i turni in una conversazione e quindi imparare a saper aspettare. Incentivare il più possibile l’ascolto, leggere tante storie per favorire la comprensione e l’aumento dei tempi di attenzione. Esercitarsi nel rispettare i turni in una conversazione e quindi imparare a saper aspettare. Incentivare il più possibile l’ascolto favorevole alla comprensione e all’aumento dei tempi di attenzione. Si può sensibilizzare il bambino alla cura dei propri materiali ad esempio tenendo in ordine un quaderno sul quale disegnare ed un astuccio. ci si può esercitare a colorare entro i margini e prima ancora si può fare esercizio di manualità attraverso le attività di strappare, appallottolare, piegare, temperare, ritagliare, incollare. Quello che a casa non possiamo esercitare, in questo momento di emergenza, è il gioco con i compagni (la privazione più grande nel non potere andare a scuola), che stimola il superamento dell’egocentrismo e aiuta a sviluppare la giusta modalità di relazionarsi. A questo proposito però si può riflettere con i nostri bimbi su questa mancanza e sul fatto che quando si potrà tornare a giocare insieme, dovremmo apprezzare ogni istante di quella relazione donando gentilezza ed affetto. La cosa migliore è augurarsi che questo periodo finisca presto, per tornare alla scuola, quella vera ed insostituibile, per il bene dei bambini nel poter tornare ad abbracciare i loro amici che sono fonte essenziale del loro apprendimento e per noi insegnanti nel poter tornare a svolgere il lavoro che abbiamo scelto con passione in cui lo strumento più prezioso è il contatto con i bambini. ntanto, nell’attesa, prendendo spunto da una riflessione di Daniela Lucangeli, proviamo a praticare, invece che la Didattica a Distanza, dei Momenti di Vicinanza>>

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Grazie Claudia per aver fornito ai lettori un valido esempio di didattica anche nei tempi della distanza sociale. Il disegno che ha voluto donare come immagine al Caffè, sa spiegare moto bene, quello che ci siamo detti nell’intervista. PmS

La visiera dell’attaccante Viola contro COVID-19

Il Calcio montefanse non può giocare negli stadi del campionato di Eccellenza a causa della pandemia, ma scende ugualmente in campo contro l’epidemia di Corona Virus.

Ne abbiamo visto la determinazione in capo ai tifosi Viola e la volontà della Dirigenza Sportiva, ieri con la donazione di un’ingente somma di denaro, frutto della raccolta di fondi partita sui social, alla Casa di riposi di Montefano. Manon è finita lì, perché già da giorni, uno degli attaccanti della Viola, quel Simone Bonacci, autore di goal per l’emozione facile degli appassionati, già nei guarnii scorsi aveva distribuite agli operatori sanitari della struttura per anziani, alcuni prototipi di una visiera DPI, utile per difendere dal rischio contagio virale.

E’ un generoso Simone, in campo e nella vita. In campo non si tira mai indietro qua do c’è da correre e sacrificarsi per la squadra, anche se per il suo ruolo di punta avanzata, avrebbe modo di fermarsi nelle parti alte della superficie di gioco, prossime agli avversari. Nella sua calcistica si è sempre mosso dove ci sono gli avversari da contrastate o superare con una delle sue magiche cavalcata o intuiti di genio conditi di forza e agilità. 

Così Simone, nell’esperienza dell’epidemia che ci sta coinvolgendo tutti, ha deciso di muoversi ed agire secondo il suo carattere generoso, imparato in uno dei più belli sport di squadra. 

<<Ciao Piero, possono servirvi le visiere protettive in farmacia? Se vuoi oggi pomeriggio te ne porto qualcuna; ne ho già pronte!>>. È in questo modo che, oggi pomeriggio, Simone mi ha detto per telefono della sua iniziativa. 

<<Ma che cosa sono queste visiere? Nel caso, tu le vendi?>>

<<Ma no non mi devi nulla! Dopo te ne porto qualcuna, allora>>

Ne è nata cosi un’interessante chiacchierata con Simone, che spero sia utile per conoscere meglio la sua iniziativa  e la sua azione contro il Covid-19, dalla quale è nato l’articolo del Caffè illuminista, che segue gli altri pubblicati nelle settimane sorse, sulle risorse umane impegnate contro l’epidemia.

Caffè: Dacci qualche informazione su queste visiere?

<<Le sto facendo con la stampante 3D>>

Caffè: Sono prototipi? Le fai nell’azienda di famiglia? Le hai progettate tu?

<<È un progetto nato su internet da una rete di persone che hanno a disposizione una stampante 3D. In una piattaforma digitale sono stati resi pubblici i file, che gli utenti possono stampare>>

Caffè: La stampante è una tua passione personale o la utilizzi anche per lavoro? Visto che per metà giornata ti occupi di telefonia e computer, accessori e strumenti digitali, ti è quasi semplice questa applicazione?

<<In realtà la stampante 3D l’ho comprata un anno e mezzo fa. Caso vuole che l’applicazione della stampate 3D usa materiale che trattiamo nell’azienda di famiglia; ma sono due attività distinte: questo è un hobby più che un’attività; mentre sul lavoro faccio altre cose>>

Caffè: Il materiale però almeno quello hai facilità a recuperarlo dall’azienda?

<<Pur producendo materiale plastico, non siamo attrezzati per produrre i rotoli utilizzati dalla stampante, in quanto il suo filamento deve avere un diametro preciso e costante. Queste le ho stampante in materiale PLA: una plastica biodegradabile>>

Caffè: C’è solo correlazione di materiale, quindi?

<<Si esatto, stessi materiali ma da fonte diversa>>

Caffè: Posso pensare che nella grande fabbrica di lavorazione di materiale plastico, tu ti sia ricavato un cantuccio dove dedicarti alla stampante 3D, come uno scienziato o un artigiano per passione?

<<Artigiano ignorante e autodidatta, direi>>

Ma avendo letto alcune ore prima della nostra chiacchierata, un articolo che riguardava Borromini, il genio del rinascimento architettonico romano, che partito da scalpellino, è diventato il più richiesto architetto dei papi del secolo XVII, sapendo che le possibilità di una stampante 3D sono oggi quasi infinite, permettendo di costruire forme molto elaborate, ho chiesto a Simone: Molti fra i migliori artigiani hanno cominciato da autodidatti. Hai fatto mai forme ardite con la tua stampante?

<<Qualcosa ho disegnato e prodotto. Qualche oggetto o supporto utile per la casa o per il negozio (supporti per telefoni, ganci per appendere accessori eccetera; in base alle esigenze). Una realizzazione di cui mi piace parlare l’ho creata per mio cugino Federico Vecchi, quando si è diplomato in chitarra. Era una specie di puzzle utilizzabile per appoggiare 16 plettri (riportata nelle foto a corredo dell’articolo). Ho stampato anche il vecchietto che controlla il cantiere di lavoro(come è possibile vedere in una foto, ndr)

Caffè: Nei già fatte altre di maschere che hai donato alla Casa di Riposo mi pare?

<Si, circa 6. Ma ho perfezionato la produzione nelle ultime 24 ore, riuscendone a farne  qualcosa come 21>>

Caffè: Ti sento molto motivato Simone, che cosa hai da dirci del tuo progetto, immagino che la tua generosità ho voglia di spingersi in avanti come stesse nell’area avversaria?

<<Chiunque abbia bisogno di una stampante 3D per contribuire con la sua idea alla causa io sono a disposizione…>>

Caffè: Alla causa di creare DPI e altre protezioni di tutela personale contro il Corona Virus?

<<Si, sempre per questo scopo. Ho trovato questo progetto online e ho pensato che nel mio piccolo anch’io avrei potuto fare qualcIMG_3516osa di utile, vista la difficoltà di reperire DPI anche per gli operatori del settore sanitario. L’idea delle visiere, mi è venuta, quando, rotta la scheda madre della stampante 3 settimane fa, ho subito ordinatoIMG_3514IMG_3517WhatsApp Image 2020-04-14 at 16.54.04WhatsApp Image 2020-04-14 at 16.54.13WhatsApp Image 2020-04-14 at 17.21.20 il ricambio. Come sono riuscito a sistemarla è partita la produzione delle visiere. Prima che si rompesse, avevo stampato qualche mascherina, ma ho ritenuto più utile e pragmatica questa soluzione (sempre da usare insieme ad una tradizionale mascherina). L’idea come vedi è molto semplice: un foglio di plexiglass sottile (acquistabile in ogni cartoleria) che va applicato sul supporto semicircolare in materiale PLA, che realizzo con la mia stampante 3D, che deve esercitare appoggiato nella regione temporale della testa alla quale rimane ancorato grazie alla elasticità della sua forma ad arco>>

81616295_10216166842143109_7425269542999293952_oGrazie a a te Simone i montefanesi più esposti al rischio contagio da Corona Virus, da qualche giorno possono far conto sulla tua visiera stampata in 3D; e che la generosità del tuo carattere di sportivo umile e geniale, rende accessibile gratuitamente. 

Grazie per aver pensato anche al personale della farmacia di Montefano. PmS

Emanuele Storani: Una guida sicura d’umanità ed emozioni

Continuiamo con il Caffè illuminista nella conoscenza di quanti stanno operando come figure sanitarie e paramediche, nell’azione congiunta del sistema sanitario nazionale e regionale, per arginare l’epidemia che sta attanagliando il nostro paese. È la volta di un lavoro, nel sistema dei soccorsi del 118, necessario, urgente, che richiede molta abilità, professionalità, freddezza di nervi. Un compito che si cuce bene addosso al nostro concittadino, Emanuele Storani. Ne ho avuta prova, quando gli ho chiesto di descrivere il suo lavoro per darne informazione ai lettori del Caffè. Possiamo sentirci a notte fonda, quasi, quando lui sta smontando da un duro torno di lavoro.

<<…Ma ora sono in rianimazione in attesa di trasferire 2 pazienti grazie per la tua attenzione>>, così è cominciata ieri sera.

<<Scusa se ti rispondo solo ora – mi dice Emanuele al telefono – ma questo “Nemico” ha stravolto vite e abitudini di chi è in casa e chi lavora. Noi Autisti del 118 Area Vasta 3 lavoriamo in una turnazione da 12h, sia in servizio in automedica che nella turnazione da reperibili per trasporti urgenti, iniziamo alle 8 di mattina e smontiamo (teoricamente) la sera alla 20:00. Come smonto, torno a casa, mi cambio in garage, lasciando i miei vestiti sporchi in uno sgabuzzino adibito a lavanderia, cambio indumenti indossandoli puliti e entro a casa per fiondarmi sotto la doccia. Questa è la mia routine da fine febbraio; come per i pasti, mangiando quando i miei genitori hanno consumato, tutto questo per proteggerli da ‘sto maledetto virus… E non finisce mai il lavoro… Già perché restero’  al pc parecchie ore, stiamo studiando un sistema di sanificazione delle ambulanze usate per il trasporto dei pazienti Covid-19 positivi, faccio parte di un’associazione nazionale che unisce tutti gli Autisti Professionisti di Emergenza Sanitaria, di tutte le Regioni Italiane e ci stiamo scambiando esperienze e protocolli per migliorare e difenderci il piu’ possibile, quindi come finiro’ di scriverti mi trasformo in chimico per usare le dosi di diluizione del disinfettante Antisapril…>>.

Poi Emanuele trova lo spazio per parlare con giusto piglio d’orgoglio, del proprio ruolo nell’ambito della sua categoria, <<… E non finisce mai il lavoro… Gia’ perchè restero’  al pc parecchie ore, stiamo studiando un sistema di sanificazione delle ambulanze usate per il trasporto dei pazienti Covid-19 positivi, faccio parte di un’associazione nazionale che unisce tutti gli Autisti Professionisti di Emergenza Sanitaria, di tutte le Regioni Italiane e ci stiamo scambiando esperienze e protocolli per migliorare e difenderci il piu’ possibile, quindi come finiro’ di scriverti mi trasformo in chimico per usare le dosi di diluizione del disinfettante Antisapril>>.

Caffè: Ci hai data già un’idea del tuo lavoro, ma puoi scendere poi nei particolari,  visto che rimane sempre un po’ nell’ombra?

<<Si, il lavoro di Autista Soccorritore Professionista è sempre in ombra, si dice sempre è arrivata la Croce Rossa, parlando di volontari, ignorando completamente che esiste una figura come L’Autista Soccorritore Professionista, una persona che per accedere a un concorso pubblico deve avere svolto in maniera continuativa 5 anni di lavoro con esperienza professionale, cio’ vuol dire essere formati a dovere per poter partecipare al concorso, deve avere tutte le certificazioni del Ministero in materia di rianimazione cardiopolmonare di base o avanzata, corsi sui traumi, sui pazienti pediatrici, sulla collaborazione con il servizio di elisoccorso ecc. Entro in servizio alle 8 di mattina e prendo le consegne dal collega smontante della notte, faccio la check list, un controllo della parte meccanica dell’automedica, livelli acqua, olio, rifornimento e funzionalità generale, poi scende il medico e l’infermiere in turno con me e procediamo alla check list degli zaini, (2), uno che contiene tutti i farmaci per affrontare le patologie a cui andiamo incontro, un’altro zaino con ventilazione che contiene tutti i dispositivi di intubazione e assistenza respiratoria per i pazienti, controlliamo il monitor defibrillatore ecg, pompa infusione, ventilatore polmonare, kit pediatrico e siamo operativi e pronti per il turno>>

Caffè: È cambiato molto con l’emergenza Covid-19?

<<Con l’arrivo del Covid sono saltati tutti i protocolli di centrale. Nella gestione normale dell’emergenza abbiamo dei protocolli: per un cardiaco seguiamo un protocollo farmacologico; per un respiratorio un’altro; per un traumatico un’altro ancora; invece, dal nulla, ci siamo trovati difronte a qualcosa di totalmente sconosciuto anche dal punto di vista clinico. Se la situazione del paziente a casa e’ molto compromessa e non è piu gestibile a domicilio, possiamo fare uno Scoop and Run, in gergo si chiama carica e corri in ospedale, perchè solo un reparto intensivo o sub intensivo puo’ fornire una risposta adeguata. Ovviamente ci approcciamo al paziente indossando tutti i DPI previsti dal Ministero, tuta anticontaminazione, 3 paia di guanti, maschera FFP3 e calzari,  questo lo abbiamo dovuto imparare come un mantra in quanto ci capita di indossarli piu’ volte al giorno>>.

Caffè: Si rispettano i limiti di velocità?

<<I limiti di velocità per l’automedica variano in base al codice di gravità che la centrale operativa ci assegna alla chiamata, sono: Rosso, Giallo, Verde. Codice Rosso, significa compromissione delle funzioni vitali, quindi si utilizzano i dispositivi sia acustici che visivi (Sirena e Lampeggianti) per chiedere strada, si è esonerati dal C.D.S. dal rispettare semafori, precedenze stop, usando sempre la massima attenzione. Codice Giallo, paziente mediamente grave quindi non occorre sirene e lampeggianti, codice verde paziente non in pericolo di vita e solitamente vanno i volontari sul posto a valutare e se necessario centralizzare in ospedale>>

Caffè: Quanta umanità occorre nel tuo lavoro?

<<Serve tanta umanità nel mio lavoro, ma non è un lavoro di  “reparto”, io non seguo il paziente nel suo percorso ospedaliero, io entro spesso nel momento peggiore della sua vita, malore grave o incidente, ma poi lo lascio nelle mani dei miei colleghi operatori del Pronto Soccorso, facendo piu’ soccorsi al giorno si rischia emotivamente di caricarsi troppo del dolore che si vede e spesso si tocca>>

Caffè: Quando ho fatta ad Emanuele questa domanda: “Hai qualche aneddoto che puoi raccontare?” Non pensavo ne venisse fuori una storia molto toccante.

<<Anzi, ci tengo a raccontarti questa cosa, omettendo molti particolari per rispettare la privacy e il mio posto di lavoro, pochi giorni fa mi è capitato di trasferire un paziente Covid positivo da un ospedale, ormai saturo, ad un altro. Il signore aveva piu’ di 90 anni, era ricoverato da 5 giorni e come da disposizioni di sicurezza, non aveva avuto contatti con i familiari personalmente, ha visto sempre e solo persone chiuse dentro una tuta bianca con maschere, sconosciuti. Non appena mi sono avvicinato con la barella, anche io vestito in sicurezza, mi ha guardato e mi ha detto: “dove mi porti a morire?”. Ho 23 anni di servizio sulle spalle, raramente ho pianto, ma purtroppo mi è capitato, e li ho dovuto combattere per non piangere. Gli ho risposto che lo portavo piu’ vicino a casa sua a curarsi. Lui montanaro di origini, non ha aggiunto altro, lo abbiamo caricato sulla barella, poi in ambulanza e ci siamo diretti verso il nosocomio di ricezione, quando ho parcheggiato e ho aperto il vano sanitario, lui mi ha guardato e mi ha detto, fammi un regalo, sono giorni che non vedo il sole. Ti giuro, un pugno nello stomaco mi avrebbe fatto meno male. L’ospedale che lo aspettava… se lo conosci bene.. ha un parcheggio un po nascosto con una vista mozzafiato sui monti sibillini; sono bastate poche parole sotto voce con il collega infermiere per capirci al volo, siamo ripartiti, fatte poche decine di metri, parcheggiato l’ambulanza in modo che all’apertura del portellone posteriore si spalancasse un bellissimo panorama. L’uomo, alla vista dell’orizzonte, piangeva e ripeteva solo grazie. Al rientro, io e l’infermiere, dietro le nostre visiere di protezione, abbiamo pianto sinceramente per liberarci sfogo al dolore che avevamo addosso>>.

Siamo rimasti al telefono muti per diversi istanti. Come i suoi occhi alla vista del vecchio montanaro, i miei erano pieni di commozione. L’intervista sarebbe potuta anche chiedersi con il racconto di Emanuele. Del suo lavoro che altro si potrebbe dire!? Invece, per dovere,  mi sono imposto di andare avanti.

Caffè: Nel trasporto dei malati con sospetto Corona Virus o addirittura conclamata affezione, sale di molto la tensione emotiva?

<<Si la tensione è alle stelle, prima di partire per caricare il paziente c’è la vestizione con i dispositivi di protezione individuale, tuta, calzari, guanti, maschere. Finito il trasporto, si rientra in sede e si procede alla sanificazione completa dell’ambulanza, sia del vano sanitario che di guida. L’esperienza dei colleghi delle altre regioni più contagiate delle nostre, ci serve come guida. La tensione emotiva più che altro è per l’attenzione di non sbagliare, perché uno sbaglio potrebbe metterti in serio rischio>>.

Caffè: Da quando sono iniziati i casi, l’esperienza maturata ti ha aiutata o nel lavoro?

<<Da quando è insorto il Covid, l’esperienza mi ha aiutato a non perdere la calma e la ragione. Lo stress emotivo e fisico di questa pandemia è tale che emotivamente si è provati e, spesso, quando i sentimenti prendono il sopravvento, si compiono errori, magari stupidi, che possono mettere a rischio o me stesso o il mio equipaggio. Quindi, l’esperienza che purtroppo ho maturato durante il terremoto dell’Aquila o in quello del 2016 , mi ha permesso di gestire le emozioni. Magari, poi, le paga qualcuno a casa… >>, sento Emanuele sospirare un poco, << magari, mia madre…! Però si gestiscono meglio durante l’azione>>.

Caffè: Alla guida, ti preoccupi più del medico che hai di fianco, o di raggiungere nel minor tempo possibile la destinazione dell’auto medica?

<<Allora, io ho la massima fiducia del medico e dell’infermiere che ho a bordo. Ovvio siamo tutti umani. Quindi devi conoscere i caratteri dei collaboratori con cui sei in turno. La mia attenzione è massima solo sulla guida. Noi autisti, non possiamo permetterci errori. Abbiamo delle linee guida molto ferree e restrittive sui tempi di arrivo: dalla partenza, per i centri urbani, dobbiamo arrivare entro 8 minuti; 20 min per i centri extraurbani (Montefano – Mogliano – Treia – Appignano – Morrovalle ecc.)>>

Caffè: Occorre moto fiducia fra autista e medico del 118? Immagino sia una specie di guida da rally, con il medico che potrebbe esserti di fianco come lo è il navigatore nelle corse sulle strade.

<<Assolutamente no, il medico in quel momento è solo il passeggero. Quando la Centrale Operativa ci comunica l’indirizzo dell’intervento e il codice patologia, sia il medico che l’infermiere sono concentrati a ripassare mentalmente cosa devono fare non appena scendono per andare sul paziente. Assolutamente non è una guida da Rally, anche perché, medico e infermiere arriverebbero sul posto in condizioni pietose: chi vomita a destra, chi a sinistra, chi gli trema le gambe… No! È una guida estremamente veloce ma fluida. Nei corsi di guida sicura che abbiamo espletato ci hanno insegnato la regola della diligenza, prudenza e conduzione preventiva: significa che in codice rosso, in sirena, si corre davvero tanto, ma l’occhio non si ferma alla macchina che ci precede, ma alla macchina avanti ancora, in modo da anticipare problemi come frenate improvvise o gente che taglia la strada perché al telefono o con la radio al massimo. Certo, poi, durante i trasporti di organi, dove siamo scortati dalla polizia, non si toglie mai il piede dall’acceleratore in quanto sono trasporti tempo dipendenti e trasportiamo qualcosa di estremamente prezioso, che qualcuno sta attendendo con ansia da anni … forse… mentre qualche altro piange la dipartita di un affetto alla nostra partenza>>

Caffè: Di che parlate mentre si sfreccia per le strade?

<<Purtroppo io sono definito, in centrale, Lupo, perché parlo poco. Sopratutto durante il tragitto, sono concentrato sulla guida. Il mio equipaggio, in quel momento, sono miei fratelli e mie sorelle, e devo portarli al target in sicurezza e nelle migliori condizioni possibili. Se il codice non è grave, naturalmente, parliamo un po’ di tutto; ci serve per stemperare la tensione. Ma già dall’assegnazione della chiamata, se è grave, io, il medico e l’infermiere, ci parliamo tramite sguardi, prima di partire e capiamo che dobbiamo andare… subito>>.

L’intervista ad Emanuele si trasforma, in breve, per suo unico merito, nel racconto di un film verità, molto emozionante, del quale lui sa descrivere i passaggi con doti spiccate di tempi per le emozioni forti che fa vivere ascoltandolo. Per questo cerco di alleggerire.

Caffè: Sono gli uomini o le donne a tenere di più le insidie della strada?

<<Domanda difficile direi un 70% donne 30% uomini>>.

Caffè: Infine, Emanuele, come tutti i lavori che si scelgono, l’entusiasmo è sempre quello?

<<L’entusiasmo è sempre quello, finchè va tutto bene… Poi, purtroppo, quando capitano cose incontrollabili, come i recenti terremoti o questa pandemia, spesso ti chiedi chi te lo faccia fare di rischiare, di privarti di un esistenza piu’ tranquilla; pensi ad un lavoro piu’ normale; ma torno, ogni volta, a quel vecchietto e al suo panorama. Non so come starà oggi e se sarà tra di noi; ma le sue lacrime di gioia per 5 minuti con il sole in faccia, sono le mie; le ho fatte proprie per dare un senso a quello che faccio tutti i giorni. Sto lontano da mio figlio per preservalo, non vedo la mia ragazza da 27 giorni, vivo chiuso nella mia camera in una sorta di semi-quarantena per preservare i miei genitori. Però… si, non saprei vivere senza le emozioni che sto provando. Anche se, in questo momento storico, si paga un prezzo davvero alto. Mi ripaga e mi dà conforto la forza che tutti i miei colleghi Autisti, i Medici, gli Infermieri, Gli Oss, i tecnici, le ditte di pulizie, dispiegano al  il 110%; e questa è una spinta non da poco>>.

Caffè: Vedendo i volti dei medici e degli infermieri, quanto quelli dei malati, che cosa pensi di questa epidemia?

<<L’epidemia di Corona Virus, ha riportato il genere umano indietro di 100 anni, all’influenza spagnola. Stiamo facendo i conti con qualcosa di sconosciuto e che ci fa paura. Purtroppo è anche vero che siamo difronte alla prima pandemia social. Siamo sommersi da dati, informazioni spesso distorte e contraddittorie. Ci troviamo piombati in un clima di terrore che è di difficile gestione, anche sociale. Come tutte le cose che il genere umano ha conosciuto nella sua storia, guerre, carestie, malattie, l’uomo ne è sempre uscito vincitore, certo, pagando un prezzo, a volte grave, ma ogni era buia è stata il portale verso una rinascita morale, umana ed economica. I nostri nonni, dopo la guerra, si sono rimboccati le maniche e hanno tirato su questo paese pezzo per pezzo. Ora sono loro, purtroppo, a pagare il conto piu’ caro. Stiamo perdendo la memoria storica della nostra Italia. Il modo migliore per onorarli, secondo me, è non arrendersi alla paura. Ritroveremo mondo che conoscevamo. Torneremo noi stessi. Non sarà subito, ma sono sicuro che tutti ne usciremo migliorati e vincitori>>.

Non c’è migliore chiusura per un’intervista così densa emotivamente, che chiedere ad Emanuele, di una sua passione che pratichi, oltre al lavoro come abbiano visto.

Caffè: nel tempo libero quando si potrà, andrai con la tua bella moto a spasso per mezza Italia?

<<Ci andavo, finché non ho venduto la mia moto, per acquistarne una a mio figlio!>>.

Ciao Emanuele, vai pure a riposarti. La tua esperienza di vita è un esempio ed il “Lupo’ che dicono tu sia, sotto la pelliccia, ha un cuore gentile, serio, di cui fidarsi, e soprattutto sai raccontare bene le emozioni. PmS.

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Il dottor Enrico Maceratini dal fronte sud del Corona Virus

Il Caffè illuminista torna nella sua edicola virtuale con un’intervista al dottor Enrico Maceratini, che fa parte del servizio di anestesia, rianimazione e terapia del dolore dell’ospedale Murri di Fermo. 

Da due mesi Enrico lotta assieme tanti altri colleghi per limitare la diffusione del COVID-19 e prestare le cure necessarie agli ammalati. Per la sua specializzazone si trova ad affrontare le emergenze dei casi più gravi. 

Ci siamo sentiti casualmente al telefono, vista l’auto quarantena che si è, di fatto, imposta da solo, stando a contatto tutti i giorni con il Virus, che lo tiene lontano dalla compagna e dalle sue due figlie. Stava uscendo dal turno di notte, pronto ad affacciarsi sul giardino per salutare la compagna e le due figlie. Enrico risponde con la voce un poco stanca, sebbene non gli manchi l’ironia e la schiettezza che tutti gli conosciamo nel suo carattere estroverso ed ironico. Nel suo racconto del “dramma virus” si alternano momenti di lucida analisi medica e sincera partecipazione umana e professionale all’emergenza. Il tono della sua voce è quello della comunità di donne e uomini che fino all’adolescenza mantengono la cadenza montefanse, pur essendo recanatesi per l’appartenenza a Montefiore, e poi, quando gli studi conducono altrove, rafforzano, o perdono del tutto, il cadere dell’accento leopardiano. Ma lui è un montefanse di elezione per aver partecipato da sempre alla vita sociale e culturale del nostro paese, come tutti quelli di Montefiore, anche se Enrico, ha nel carattere ereditato, spiccati i geni dell’anima del nostro paese.

Caffè: I numeri dell’epidemia abbiamo cominciato a conoscerli abbastanza nelle sue misure generali. Si tratta della prima pandemia vissuta minuto per minuto, sapendo in ogni istante il numero esatto degli infettati nel quartiere vicino casa fino alla più piccola isola del Pacifico, grazie ai social e alla comunicazione mediatica. Un po’ come successo nel 1991, allorché poteva assistere alla prima “guerra del Golfo”, negli stessi attimi degli avvenimenti bellici sui vari scenari di combattimento. 

<<Purtroppo la sensazione che ho avuto, soprattutto all’ esordio del dramma, è stata proprio quella di stare in guerra. Questo perché eravamo soli, all’ interno dei corridoi, maggiormente la notte, in uno scenario che non dava nessuna sicurezza, né nel numero di pazienti che sarebbero arrivati, né quindi nella nostra possibilità o meno di assisterli tutti, e nella nostra sicurezza. All’inizio non sapevano se le protezioni adottate sarebbero state sufficienti alla nostra incolumità, e la paura di diventare pazienti, e di morire, ha fatto scendere ciascuno di noi, in uno scenario di guerra, dove senti il soffio della bomba e non sai se cadrà sopra il tuo tetto>>.

Caffè: Enrico, quella contro cui voi medici state misurando la capacità del sistema sanitario nazionale e regionale di contenere la pandemia, non è una guerra, come si dice da più parti, ma cosa è, in realtà, secondo te?

<<Ora purtroppo la cosa non cambia, posso sempre definirla guerra anche se forse l’ansia si è un po’ ridotta in quanto l’ospedale ha potenziato moltissimo la sua capacità ricettiva e i mezzi per effettuare il trattamento(ventilatori polmonari) ne abbiamo abbastanza. Quindi chi si sente quasi sicuri di poter assistere tutti. Poi, il fatto che i tamponi fatti su tutti noi in prima linea, sono risultati negativi, testimonia, confortandoci, l’efficacia delle proiezioni adottate e dei protocolli rispettati>>.

Caffè: Nella struttura ospedaliera di cui fai parte, che pertinenza territoriale avete assegnata per l’emergenza Covid-19?

<<La nostra pertinenza territoriale è rimasta la stessa del “tempo di pace”, anche se abbiamo visti moltissimi casi a tutti i livelli di gravità, in quanto il nostro ospedale ha un reparto di malattie infettive che è stato, ed è tuttora, il riferimento per le Marche Sud; questo ne ha fatto meta di moltissimi casi indirizzati qui anche da altre zone territoriali>>

Caffè: Per quanto se ne stia sviluppando esperienza, servirà poi alla letteratura scientifica e alla ricerca, le vostre previsioni di “medici sul campo”, sono state rispettate, oppure l’epidemia si è mostrata più cruenta strada facendo?

<<Sinceramente era dura fare previsioni. L’unica previsione su basi certe, era: l’onda sarebbe arrivata. Forse il sistema sanitario in generale se ne è reso conto con qualche settimana di ritardo, ma fare poi previsioni su durata e intensità non è, a mio avviso, possibile, in quanto stiamo parlando di un nemico che non conosciamo, non possiamo conoscere , e che che se ne dica, è con noi da solo un mese. Devo dire che fortunatamente abbiamo il sentore che le misure prese dal Governo stiano funzionando. Altrimenti sarebbe stata una catastrofe!>> 

Caffè: Potendo tornare indietro di due mesi circa, che cosa ti sentiresti di suggerire, avendo dalla tua la conoscenza scientifica sulla diffusione e sul decorso dell’infezione  nelle persone che hai maturata nel frattempo?

<<Potendo tornare indietro, magari, avrei fatto indossare mascherine a tutti, nelle fabbriche e nelle strutture sanitarie e ovunque. Con la globalizzazione era scontato che il virus si diffondesse. E avrei chiuso le scuole al primo focolaio, vietando ovviamente raggruppamento di persone (concerti, eventi, bar e quant’altro). Ho iniziato ad indossare la mascherina al lavoro, molto tempo prima che diventasse poi così diffusa>>.

Caffè: Non ti chiedo di raccontare la tua e quella dei tuoi colleghi, partecipazione emotiva alle fasi critiche dei pazienti ricoverati in ospedale, mi interessa sapere se ti senti e vi sentite, come delle guide specializzate in scalate di alta montagna, che devono accompagnare donne e uomini, sopratutto anziani, in un percorso di ritorno alla salute? Il rischio è grande, il cammino difficile, ma la vostra presenza indispensabile.

<<Ti ringrazio in primis per non chiedere della mia partecipazione emotiva; quelle sono emozioni che si condividono  tra noi, con colleghi fidati e stimati. Un collega sa di cosa si parla; c’è la certezza che l’altro capisca fino in fondo. In più, essendo l’altro già dentro come te, sia ha come la sensazione di non correre il rischio di fare soffrire le persone esterne alla nostra pratica medica, che non hanno scelto questo come lavoro. In relazione alla seconda parte della domanda, noi anestesisti rianimatori siamo un po’ quello che tu hai detto ‘una sorta di guide di alta montagna’; è proprio la nostra specialità che lo richiede. 

<<Condurre un’anestesia in un paziente, si dice, sia come pilotare un aereo: si decolla, si vola e poi… si deve atterrare sani e salvi. Mentre occuparsi di un malato che diventa critico, è come fare la guida in altura. Ci si occupa in prima persona di tutte le funzioni di un organo, dal sistema nervoso, al cuore, al polmone, ai reni, cercando di portare allo stato il più fisiologico possibile tutto questo meraviglioso insieme che si persona umana.

<<Ma bisogna essere onesti e pronti anche quando ciò non è possibile. Allora l’attenzione si concentra sul conforto del paziente. Se non è più possibile una cura, è nostro dovere medico accompagnare la persona all’evento finale; cercare una relazione professionale carica d’umanità e stare vicini alla famiglia del malato in situazione grave>>.

Caffè: Immagino siate una equipe giovane a lavorare, le fresche energie sono messe a dura prova?

<<Si, il servizio di cui faccio parte ha una età media molto bassa. Le energie sia fisiche che psicologiche sono certamente a dura prova. Lavoriamo davvero molte ore tutti i giorni e in condizioni di non confort, dovendo indossare tutti maschere, visiere, guanti e calzari. Altra componente dura da affrontare è la paura di essere vettore di infezione, tanto che io stesso e molti del miei colleghi ci siamo messi in un auto quarantena, lontani dalle nostre famiglie. E questo è davvero difficile. Evitare gli abbracci delle mie due bambine è una coltellata, ma con Silvia, la mia straordinaria compagna, ci stiamo organizzando. Ho insegnato un abbraccio virtuale, stringendo le braccia intorno al loro corpo quando mi vedono>>. 

Caffè: Credo sia importante che tutte le energie impegnate servano a fare esperienza professionale e scientifica. Hai sentore che possa essere vana la dedizione fin qui dimostrata dagli operatori sanitari?

<<No, vana non direi. E non lo voglio neanche pensare, proprio perché ho visto con i miei occhi la dedizione di tutti gli operatori sanitari, da quelli impegnati nelle pulizie, agli infermieri, ai colleghi. Mi basta pensarli tutti, per commuovermi da solo. Comunque, per non vanificare gli sforzi fatti finora, bisogna stare a casa. Ma bisognerà, a breve, studiare come si possa riprendere a vivere: come gestire gli spazi; come ci si dovrà comportare con i nuovi casi che verranno; si dovrà riprendere ad erogare i servizi che fino a un mese fa il sistema sanitario nazionale garantiva. Ma per tutto questo…>>, Enrico alza le mani e guarda il cielo, <<… ci sono gli amministratori, che non credo vorranno sentire il parere di un semplice giovane medico>>.

Caffè: Che cosa ti ha cambiato l’esperienza da medico in questa epidemia rispetto all’idea che ne avevi prima?

<<Questa domanda mi ha fatto sorride perché in momenti di scoramento ho detto: “Se avessi saputo che era così, col cavolo che avrei fatto il medico”…>>, gli viene fuori ad Enrico la vena ironica e sarcastica dei componenti del gruppo musicale di strada recanatese <e Ciuette>, di cui fa parte suonando il flauto <<anzi, inveivo con affetto un sacco di ‘dicerie’ contro le colleghe delle malattie infettive, le quali, invece, se la erano anche scelta come specialità>>, ma poi torna subito serio: <<No, non mi ha cambiato nulla, mi ha fortificato tutto. In primis, il fatto che ormai non posso più cambiare lavoro. Poi ha fortificato l’amore che avevo per questa professione, e rinvigorito i motivi delle scelte verso questa professione. Cioè, che essendo una professione difficile, ha bisogno di organizzazione, ordine, energia, capacità di mettessi in gioco, la necessità di farsi sempre la seconda domanda (quella dell’uomo di scienza, ndr), l’umiltà di confrontarsi e di avere dai buoni maestri, altrettanti esempi>>.

Caffè: Operare in tempi di Corona Virus, cambia di molto i ritmi della vita familiare?

<<In parte ti ho già risposto, mi pare, da un’altra parte. Il “corona” ha stravolto le nostre famiglie. Molto di noi si sono isolati, molti girano i casa con la mascherina. Sembra poco, ma la paura genera lontananza, nervosismo, quindi ci vuole molta unità famigliare per andare avanti>>.

Caffè: Cosa hai imparato nel rapporto con colleghi e persone da questa esperienza che ti ha messo alla prova umanamente e professionalmente?

<<Nel rapporto con i colleghi ho imparato che siamo uomini e quindi abbiamo difetti e limiti. Ma ho imparato che siamo tutti indispensabili. Dalla gente ho imparato che bisogna essere altruisti.

<<Pensa che ogni giorno arrivano in ospedale donazioni di soldi, cibo e altri beni. Io personalmente ho sperimentato l’amore del prossimo che si manifesta come generosità altrui, dal momento in cui mi sono deciso ad isolarmi dalla famiglia, per motivi di sicurezza sanitaria. Immediatamente una coppia di amici mi ha offerto la loro dependance a Macerata. Successivamente, dopo in pochi giorni, un’amica, avendo saputo della situazione, mi ha trovato un mini appartamento a Porto San Giorgio, messo a disposizione da una sua parente che neanche conoscevo. Anche questo fatto, oltre a farmi commuovere, ha ravvivato l’amore e la fiducia nel prossimo che, crescendo e diventando adulto, avevo un po’ sentito raffreddati. Alla disponibilità dei queste due splendide famiglie va una parte importante della mio virtuoso ritrovare fiducia nella sincerità emotiva degli altri. Anzi, riguardo al riferimento alla guerra che facevi, si potrebbe aggiungere che un conflitto da fronti opposti, s’accomuna a questa esperienza per il fatto che, se si è contagiati, si rimane soli. Si rimane isolati dalle famiglie che non possono neanche entrare in ospedale e si combatte la battaglia per la salvezza da soli e quando questa non arriva si muore anche da soli, anche se assistiti da persone stupende. Quelle che conosco e con cui lavoro>>.

Sembrava che avesse finito il suo racconto con una lunga pausa, un respiro, durante la quale ho sentita tutta la sua partecipazione agli eventi che sta vivendo, quando Enrico, ritrovando la freschezza della voce, mi dice: <<Per fortuna nel lavoro ho sempre negli occhi la mia straordinaria famiglia, dalla quale traggo anche la forza per essere vicino alle persone che veder soffrire. Sapendo che Silvia si sta sacrificando per agevolarmi come può nel duro lavoro che affronto; e che le due figlie, hanno compreso perché sono spesso lontano, mi dà la misura eccezionale del sorriso che vedo in loro affacciandomi sul giardino di casa>>

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Montefiore nell’agenda delle elezioni amministrative?

Con le due candidate alla carica di Sindaco del Comune di Montefano, l’una di nascita, con gli oggettivi ed i forti legami di Anastasia Accattoli; l’altra, Angela Barbieri che ricopre da tantissimi anni, come funzionrio a capo di importanti Servizi Municupali di Recanati; la questione della Frazione di Montefiore, potrebbe avere uno sviluppo favorevole ai residenti attorno al famoso quanto dimeticato castello e torre.

Entrambe posso vantare, a diverso titolo, sia la conoscenza del territorio che delle problematiche oramai quasi secolari della Frazione così vicina ed importante per Montefano, ma lontana, come denunciano i suoi abitanti sulla stampa, non solo in termini di distanza chilometrica, quanto di politiche, dal centro all’estrema periferia.

La maturità dei tempi con le due candidate Sindaco di Montefano, potrebbe riavvicinare i due Comuni, dopo alcune incomprensioni, dalle quali, una su tutte, il distacco dei distretti scolastici con l’accorpamento di Montefano ad Appignano.

Certo che una sensibilità, se presente, come ci auguriamo, della futura Sindaca montefanese, dovrà avere, da parte recanatese eguale attenzione verso la storica questione di Montefiore.

Di fatto, la contiguità urbana, è soltanto il tratto architettonico dei legami parenterali, delle attività commerciali ed economiche fra le due comunità, nati nei secoli. Ora, lo sviluppo di interessanti filiere agroalimentari, unite alle storiche relazioni socio economiche, come traino al turismo, possono avere per le due comunità, motivo di accurata riflessione. L’opportunità della campagna elettorale in entrambi i Municipi, lavorando come volano di idee, stimolo e freschezza di volontà, è il tavolo ideale per avviare il dibattito necessario. Gli orizzonti delle nuove amministrazioni pubbliche, sempre più spesso, rivolgendosi a trovare sinergie in grado di sopperire agli organici e dove possibile a mettere in comune risorse per progetti, comprendono il bisogno di pensare insieme ad altre, soluzioni capaci di incontrare l’interesse reciproco. In questo modo, molte delle difficoltà logistiche della Frazione di Montefiore, proprio grazie alle possibilità messe a disposizione dagli strumenti tecnologici ed informatici, nonché alla prossimità territoriale, potrebbero avere una opportunità di soluzione. La messa in rete di alcuni Servizi, la distribuzione di stampati, e soprattutto il Servizio di Nettezza Urbana, RSU es Igiene Urbana, pensati in un’area più vasta di quelle dei due singoli territori, adeguatamente organizzati in comune, potrebbe essere di vantaggio per entrambe le Comunità.

Dei benefici sul turismo se ne è parlato tanto in passato per valorizzare mutualmente i luoghi, ma poco si è poi fatto. Opportunità ne verrebbero anche per l’offerta socio culturale. Delle Scuole si è detto sopra e penso che ci sia una convergenza nella necessità di un ripensamento rispetto a quanto fatto negli ultimi anni.

Pensare alle opportunità in questo periodo di idee nuove, sarebbe stimolante per un dibattito a tutto tondo, su di progetto territoriale. Ma altro ci sarebbe ancora, oltre questa riflessione Pasquale. PmS

L’autocensura forse impera

Mi pare necessario tornare sul tema del Commissariamento del nostro Comune, per sottolinearne gli aspetti di autocensura che sta promuovendo, probabilmente suo malgrado. La priorità ad una certa equidistanza (da che poi non si sa, vista la situazione di Montefano, ndr), mandato a cui si deve attenere l’Istituto del Commissario Prefettizio, si è tradotta nei fatti e nelle circostanze della quotidianità, in un impoverimento delle istanze che abbiano la propria augurabile origine, dalla politica. Per spiegare meglio un argomento al quale, me per primo, nel marzo non si è data la giusta prospettiva, basti pensare che non c’è la disponibilità di nessun locale pubblico dove poter organizzare assemblee ed incontri fra liveri cittadini, su temi di cui si possa pensare ad una qualche matrice politica. Semplificando ancora: indire un’assemblea pubblica, parlando di storia contemporanea, per esempio della Resistenza, del movimento partigiano, o di qualsiasi altro argomento cogente, di cui l’opinione pubblica sia legittimamente divisa, non trova ospitalità nei locali Municipali.

In passate occasioni, si è capovolta la reciprocità secolare dell’ospitalità montefanese nei confronti della vicina e prossima Montefiore, trovando accoglienza per assemblee, in locali privati della frazione recanatese. 

Questa situazione, aggiunta alle altre di cui abbiamo già parlato sul Caffè, sta provocando, anche fra le persone dalle menti libertarie, una sorta di autocensura, che mina le basi, qualora ne avessimo mai avute, della coscienza civile e politica del paese. Pericolosa al punto da poter caratterizzare la scelta e la programmazione delle future Amministrazioni Locali. Perdendoci dalla “via della sana matrice politica”, pensando che basti ragionare bene in termini di efficacia ed economicità, i problemi si risolvano tutti; in realtà, stiamo autocensurando uno dei più bei liberi arbitri consegnati dal pensiero civile e democratico. 

Quando nel marzo scorso si pensava che i mesi di Commissariamento fossero di buon effetto e necessari, lo sbaglio che abbiamo fatto in molti, e stato di non vederne tutti i risvolti e gli scenari, che fossero diversi dalla “Ordinaria Amministrazione”, della Cosa Pubblica. Ora, il Commissario facendo bene l’Amministrazione Ordinaria del Comune, con attenzione ad essa, ha bisogno, nell’assenza di un controllo politico e amministrativo (in situazione di normalità, il Consiglio Comunale, ndr), che siano meno possibile le occasioni di scelta. Sollevare sopra l’alea della scelta anche i locali Municipali, dove si potrebbe discutere dei dibattiti storico-sociali della contemporaneità, una delle tante vittime designate dalle circostanze. 

Comunque, nell’autocensura siamo in buona compagnia, non è solo di Montefano: pensate a quanto sta succedendo ora in Venezuela. La maggior parte degli italiani, probabilmente è contro Maduro, ne fa una questione di democrazia. Ma nella questione, poco si sente parlare, se non nelle rivestite e negli studi specializzati (fra i migliori, quello del professor Carotenuto dell’Università di Macerata) del fenomeno che dura da anni, dell’emigrazione clandestina dei venezuelani in Colombia. La frontiera fra i due paesi è molto fluida, e si contano già un milione di profughi in Colombia, da circa cinque anni a questa parte. Centinaia di migliaia ogni anno, ma senza la parossistica reazione che si sta vivendo qui in Italia. Anche questo è un fenomeno di autocensura.

Stiamo quindi attenti a non autocensurandoci ulteriormente.  

La rigenerazione sociale gioca a pallone

Nel difficile momento che sta attraversando Montefano per un commissariamento del Comune che dura dal marzo dello scorso anno, e terminerà con le elezioni amministrative di maggio, pur nel buon governo del Commissario, i segni dell’assenza politica hanno lasciato non poche e negative tracce nel tessuto sociale del paese.

La mancanza di riferimenti e interlocutori capaci di elaborare le istanze per darne risposte mediate dalla sensibilità amministrativa eletta, crea dei vuoti non solo amministrativi e tecnici, ma d’identità di un intero paese. Si potrebbe dire che in un anno e mezzo, molto del nostro “campanile” si è fatto nel migliore dei casi, latente, se non altrimenti perso.

Molto hanno fatto, per sopperire a questa oggettiva percezione diffusa fra i montefanesi, le Associazioni ricreative e sportive presenti in paese. Fra tutte loro, però, chi ha saputo meglio interpretare un ruolo fattivamente suppletivo nell’identificazione e appartenenza ad un “campanile”, senza tuttavia scendere nella esclusione, è stata senz’altro la S.S.D Montefano Calcio: i “Viola” per tutto il paese.

La società sportiva che dal 1972 regge le sorti del Calcio giocato a Montefano, dall’anno scorso è passata da essere soltanto punto di riferimento per gli appassionati, per diventare con i brillanti successi del 2018 ed al bel campionato di quest’anno in Eccellenza Marche, luogo e spazi di aggregazione e identificazione per l’intero paese. Maturando negli anni, la Società, grazie ai suoi dirigenti, cresciuti per molti di loro, insieme ad essa, condividendone i risultati nelle diverse annate sportive, è risuscita a produrre un clima ed un’atmosfera attorno al Calcio, che si ripromette, mantenendo con tenacia gli impegni, come una grande famiglia, guidata da buoni genitori. Lo spazio che è stato dato ad una mentalità innovativa e giovane nell’organizzazione delle attività, suddivise per fasce d’età e campionati, nel tempo ha fruttato una classe dirigente formata da “galantuomini”, un vivaio notevole, ed una diffusa e allargata partecipazione di cittadini alle vicende delle squadre. Attorno al movimento calcistico indotto dalla S.S.D Montefano, circolano circa 120 atleti, compresa una realtà sportiva calcistica come l’Accademia Calcio, che nata indipendente, negli anni ha unite sinergie e giocatori con la Società maggiore. E non mancano rapporti sportivi con le cittadine dei dintorni.

Per un piccolo paese di 3500 abitanti non è poca cosa la realtà sportivo-agonistica messa in piedi, con una precisa strategia e fini educativi per i più piccoli. Il rapporto umano è tale che si è venuto man mano formando una familiarità tra squadre e pubblico, per la quale oggi corrono alla stadio e nei campi di gioco, famiglie e cittadini che prima vedendo il calcio sotto una certa spocchia snob. Non è soltanto merito dei successi sportivi in campo (indubbiamente il Campionato in Eccellenza è un vanto per Montefano), con le diverse squadre, quanto del ruolo autorevole di tutta l’organizzazioone di donne e uomini della Società che stanno interpretando al meglio e con giusta autorevolezza. Del resto la qualità del “progetto” Montefano nel calcio, gli viene riconosciuto oggettivamente per la realtà sportiva che rappresenta, ma per l’affidabilità della sua giovane ed illuminata dirigenza.

Nella squadra Viola, si sta convogliando, per mantenersi caldo e amichevole, tutto il sano spirito del “campanile montefanse”, offrendo domeniche al campo, dove sono presenti intere famiglie attirate dal clima sereno con il quale si assiste alle partite. Non appartenendo mai alla cultura calcistica montefanese, l’accanimento per i risultati ottenuti ad ogni costo, privilegio di poche società sportive negli stessi livelli, lo spazio creato è in grado di sopperire alla mancanza di identificazione, con un’idea di paese condivisa per molti cittadini. Lo stadio montefanese, così ben partecipato come ci siamo abituati a vedere, sta diventando una vera e propria rigenerazione sociale, senza pericolo di facile retorica. PmS

I bisogni

Per lavoro mi trovo spesso di fronte ai bisogni della gente. Sopratutto anziani, di poca dimestichezza con quei mezzi digitali, che invece stanno diventando il traguardo di molte, se non tutte le Amministrazioni Locali dei Servizi alla Persona e della Sanità. 

Non manca giorno che alcuni servizi siano spostati dallo sportello con personale, ad un’interfaccia digitale raggiungibile via web, attraverso  strumenti come smartphone, computer, ecc. Non è facile per i più anziani provvedere alla propria quotidianità in termini di salute e altri servizi, se non si un mezzo meccanico con il quale raggiungere quei luoghi dove ancora gli sportelli hanno personale dietro il banco.

Mi chiedo per loro e tanti altri che vivono situazioni di disagio, che non elenco per non tediare i lettori -ma ognuno sarà in grado di farne una propria lista- , per questi, si pensa nella redazione dei programmi elettorali, che verranno poi sottoposti al giudizio dei cittadini, chiamati al voto il prossimo fine maggio? Per esperienza si sorvola, nel particolare, per riservare alla questione dei passaggi dove si dichiara di voler ampliare i servizi. 

Ma il bisogno negli anni aumenta in modo esponenziale, al punto che per non eluderli, occorre conoscerli bene prevederli per quanto possibile. In termini di bisogni sociali, tener conto che la situazione negli ultimi decenni, ha affievolito l’aiuto da sempre esercitato dalle relazione parenterali, per il venir meno di queste, laddove il nucleo familiare non è mai esistito, si è estinto o è tallente labile da non potere essere di contributo alla soluzione dei bisogni. 

Persone sole, anziane, con poche risorse economiche, vivono la condizione, se in situazione di bisogno, di rimanere abbandonate a se stesse, qualora la rete predisposta dal Comune, non funzioni o sia inadeguata. Con gli anni, le caratteristiche del settore dei Servizi Sociali, appannaggio delle cittadine medio piccole, si stanno rendendo necessarie anche nei piccoli centri come Montefano, per i motivi sopra detti. 

Il pudore che c’era una volta nel chiedere aiuto al Comune da parte dei cittadini, per la trasformazione del tessuto sociale, verrà sempre meno, sopraggiungendo i bisogni di persone che di fatto sono sole. 

Ci vuole una riflessione profonda da parte del “Governo della Città” che in questi mesi va prendendo forma. La vicenda del CSA (ex distretto sanitario) è emblematica per parte di quanto esposto. C’è stata la società civile, cosiddetta, dietro la quale liberi cittadini e e cittadini, hanno esposto il loro dissenso per il disservizio che se ne ha dalla soppressione di un giorno di sportello e prelievo: lo hanno fatto nel modo oggi più diretto, scrivendo posto su Fb; mentre la politica passata e da divenire, e le Istituzioni, sono rimaste in silenzio. Non c’è bisogno di mediazione in questi frangenti; la conoscenza della questione potrebbe essere piuttosto facile: risparmi da parte della ASUR, che dice di avere comunque dato, aggiungendo la figura del Fisiatra per qualche ora al mese, magari; ma in contemporanea, non prevista più la presenza del Dentista.

La società civile c’è a Montefano, ha voglia di manifestare e far conoscere le esigenze per una dimensione più giusta ed è capace di sintesi e moderatezza. 

Speriamo che i programmi elettorali siano in grado di recepire e sviluppare secondo la buona politica. PmS